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Le prime donne nello Spazio

Fotografia ufficiale di Sally Ride

Fotografia ufficiale di Sally Ride scattata poco prima della sua seconda missione nello spazio. Crediti: NASA

Il 24 giugno del 1983 atterrava a Cape Canaveral la missione STS-7, con a bordo la prima donna statunitense nello spazio: Sally Ride. Un risultato a lungo atteso (e dovuto), ma che era stato anticipato di esattamente 20 anni dai sovietici con Valentina Tereškova, la prima donna nello spazio. Ancora oggi le donne sono una frazione ridotta del corpo astronauti globale, ma in rapida crescita.

I sovietici al comando: Valentina Tereškova

Correva l’anno 1963. La Guerra Fredda tra USA e Unione Sovietica era in pieno svolgimento, e uno dei conflitti ad essa associata era una feroce competizione, politica ed economica, in campo astronautico: la cosiddetta corsa allo spazio. Negli anni precedenti i sovietici erano riusciti a battere gli americani in quasi tutti gli aspetti: il primo satellite, il primo cosmonauta, la prima sonda lunare, la prima sonda interplanetaria e molto altro.

Foto in uniforme di Valentina Tereškova

Foto in uniforme di Valentina Tereškova, scattata nel 1969. Crediti: RIA Novosti*

La capsula Vostok 6 di Tereškova

La capsula Vostok 6 di Tereškova. Crediti: Andrew Gray*

Fino a qua però le donne erano state una parte molto piccola del programma spaziale di entrambe le nazioni, una pratica tutto sommato figlia della sua epoca. Nel 1961, dopo il volo di Jurij Gagarin, gli americani annunciarono un po’ a sorpresa sui giornali la loro intenzione di mandare la prima donna nello spazio. Questo però per il capo dell’addestramento cosmonauti Nikolai Kamanin non era accettabile, e mise immediatamente in piedi un programma per addestrare cinque donne da inserire nel prossimo gruppo di cosmonauti. Il programma ebbe successo, e infine vennero selezionate tre donne tra circa 400 candidate. Tereškova era una di esse.

Figlia di un sergente morto nella Guerra d’Inverno e di un’operaia, Valentina incarnava l’ideale del proletariato povero ed eroico, ed era quindi una scelta perfetta anche a fini propagandistici. Il suo addestramento iniziò a febbraio del 1962, e il 14 giugno del 1963 partì a bordo della sua navicella, la Vostok 6. Diventò in tal modo la prima donna e la prima civile nello spazio, e resta tutt’oggi l’unica ad aver volato in solitaria e la più giovane mai partita (26 anni).

Il volo fu un successo, e portò Valentina Tereškova a orbitare la Terra per quasi tre giorni, durante i quali scattò diverse fotografie ed eseguì alcuni esperimenti di fisiologia e medicina per comprendere meglio l’effetto del volo spaziale sul corpo femminile. In questa sola missione Tereškova totalizzò più tempo di volo nello spazio di tutti gli astronauti americani venuti prima di lei combinati! La sua permanenza nello spazio venne seguita con grande attenzione dai media sovietici, che trasmisero in tempo reale immagini dalla capsula stessa. Come se non bastasse, il volo di Tereshkova coincise temporalmente con quello del cosmonauta Valery Bykovsky, lanciato in orbita due giorni prima a bordo della Vostok 5. Le due capsule si avvicinarono ad appena 5 km di distanza, e i due cosmonauti comunicarono tra di loro con le radio di bordo.

 

La missione si concluse il 19 giugno, con l’atterraggio nella steppa dell’Altai. Tereškova si eiettò dalla capsula a circa 5 km di quota, un’operazione normale per le missioni Vostok, e terminò la discesa con il paracadute. La cosmonauta venne accolta da degli abitanti del luogo, che la aiutarono a uscire dalla tuta spaziale e le offrirono pure la cena! Tre ore dopo atterrò anche Bykovsky.

Tereškova non volò mai più nello spazio: divenne uno dei volti più noti dell’Unione Sovietica, ma nel 1968 Jurij Gagarin morì in un incidente aereo durante il collaudo di un velivolo, e l’URSS non aveva intenzione di rischiare un altro eroe del suo programma spaziale. Intraprese quindi una lunga carriera politica, che prosegue oggi ininterrotta.

Una volta però che fu ottenuto il risultato l’URSS perse interesse nel continuare un programma di cosmonaute donne, e le altre due selezionate con Tereškova (Irina Solovyova e Valentina Ponomaryova) non volarono mai. Bisognò attendere il 1982 per vedere nuovamente una donna nello spazio: Svetlana Savitskaya.

Gli americani all’inseguimento: Sally Ride

Le intenzioni americane si rivelarono solo tali, perché la NASA non avviò mai alcun programma di selezione di astronaute donne all’epoca dell’annuncio che mosse la decisione di Kamanin. La cosa che più ci si avvicinò furono le “Mercury 13”, tredici donne parte di un programma privato voluto e finanziato da William Randolph Lovelace II. Le partecipanti vennero sottoposte alla stessa selezione e addestramento previsto per gli astronauti NASA, superando persino in alcuni casi i risultati delle loro controparti maschili. Tuttavia anche questo gruppo, ufficioso, non vide mai lo spazio. Anzi, le tredici donne non si incontrarono mai nemmeno tutte nello stesso luogo! Solo nel 2021, finalmente, una di loro riuscì nell’impresa: Wally Funk, ormai 82enne, che ha raggiunto lo spazio a bordo di un volo privato suborbitale della Blue Origin.

Alcune delle partecipanti al programma ufficioso “Mercury 13”

Alcune delle partecipanti al programma ufficioso “Mercury 13”, fotografate nel 1995 al Kennedy Space Center. Crediti: NASA

Fotografia ufficiale di Sally Ride

Fotografia ufficiale di Sally Ride scattata poco prima della sua seconda missione nello spazio. Crediti: NASA

Per parlare nuovamente di astronaute americane bisogna attendere il 1977, quando finalmente la NASA decise di aprire anche alle donne la sua selezione astronauti di quell’anno. Alla fine il corpo astronauti annunciato nel 1978 contava 35 membri, sei dei quali erano -per la prima volta negli USA- donne.

Una di loro divenne la prima americana nello spazio. Si trattava di Sally Ride, all’epoca 27enne. Laureata in fisica e letteratura inglese (a indicare l’ecletticità dei suoi interessi), Ride si mostrò subito molto intelligente e determinata. Aveva anche un grande interesse nello sport e soprattutto nel tennis, ma rinunciò a perseguire una carriera professionale perché non si ritenne all’altezza dell’impegno e dell’allenamento richiesti. Cosa che fa un po’ sorridere, quando si considera che Ride divenne infine un’astronauta, uno dei lavori più difficili e che richiede più addestramento del mondo.

Nei quattro anni dopo la sua selezione Ride rivestì svariati compiti di terra, come la gestione della comunicazione con le navicelle nello spazio (CapCom, la prima donna a rivestire tale ruolo) e la progettazione del braccio robotico dello Shuttle, ora noto come Canadarm. Finalmente nel 1983 venne il momento della sua prima missione! Ride sarebbe partita a bordo dello Space Shuttle Challenger come specialista di missione per il volo STS-7. Nei giorni prima della partenza ricevette oltre 500 richieste di interviste personali, che vennero tutte declinate dalla NASA in favore della solita conferenza stampa pre-lancio. Durante l’evento vennero rivolte a Ride domande imbarazzanti e al limite del ridicolo, indicando quanto fosse impreparata la società americana all’idea di una donna che faceva un mestiere ritenuto esclusivamente appannaggio degli uomini. Un’ignoranza presente anche all’interno della NASA stessa: famoso l’aneddoto dei 100 tamponi offerti per una missione della durata di sei giorni, o l’idea di sviluppare un kit per il trucco spaziale.

Il 18 giugno del 1983 Sally Ride partì a bordo del Challenger per la sua missione. Lo scopo era rilasciare nello spazio due satelliti per le telecomunicazioni e compiere una lunga serie di esperimenti di medicina e fisiologia. Era anche il primo volo spaziale con ben 5 astronauti! Il 24 giugno il Challenger rientrò a Terra, dopo aver compiuto con successo la sua missione. Ride venne portata in trionfo in varie città americane e del globo, e nel settembre del 1983 incontrò a Budapest (su sua iniziativa) proprio Svetlana Savitskaya.

Sally Ride a bordo del Challenger durante la sua prima missione nello spazio

Sally Ride a bordo del Challenger durante la sua prima missione nello spazio, la STS-7. Crediti: NASA

Ride volò nello spazio un’altra volta, nel 1984 e sempre sul Challenger, per la missione STS-41-G, durante la quale mostrò tutta l’esperienza acquisita nel volo precedente. La sua terza missione invece non partì mai: il 28 gennaio del 1986 proprio il Challenger esplose poco dopo la partenza, e la NASA congelò il programma finché non si fosse capito cos’era successo. Ride faceva parte della Commissione Rogers, incaricata di tale compito, e fu lei a suggerire la soluzione: il gelo di quella mattina aveva reso le guarnizioni o-ring dei booster fragili. Per proteggere la fonte, il Generale Doland Kutyna passò l’informazione al fisico Richard Feynman (anche loro nella commissione Rogers), che la espose infine nel rapporto finale della Commissione.

Anche se non tornò mai più nello spazio, Sally Ride rimase in forze al corpo astronauti della NASA fino al 1987, e intraprese in seguito una luminosa carriera nella ricerca scientifica, nell’insegnamento e nella comunicazione della scienza, lanciando svariati programmi di successo e rimanendo impegnata fino al giorno della sua morte prematura, avvenuta nel 2012 per un cancro al pancreas. Alla sua morte venne rivelato che Ride era da 27 anni in una relazione con la tennista Tam O’Shaughnessy, e il che rende Sally Ride anche la prima astronauta LGBT+ della storia!

Ancora troppo poche

Ritratto ufficiale di Samantha Cristoforetti nella tuta da attività extraveicolare.

Ritratto ufficiale di Samantha Cristoforetti nella tuta da attività extraveicolare. Crediti: NASA/Robert Markowitz

La situazione odierna è molto migliorata rispetto agli anni ‘60 e ‘80, ma le astronaute sono ancora una frazione ridotta del totale: circa il 20%. Se si considera però solo chi va nello spazio (escludendo le attività di terra) allora la percentuale scende all’11%, valore che si riduce ulteriormente al 6,6% quando ci si limita alle passeggiate spaziali. Le cause sono molte, principalmente di natura economico/sociale e culturale, visto che è ormai noto diffusamente che non è la diversa fisicità del corpo femminile a ostacolare le donne in tale carriera. Anche noi in Italia abbiamo un fulgido esempio di astronauta donna: Samantha Cristoforetti, che ha totalizzato 370 giorni nello spazio e ha anche rivestito il ruolo di Comandante della Stazione Spaziale Internazionale.

Recentemente SpaceX ha lanciato nello spazio la sua seconda missione privata per la compagnia Axiom, Ax2. A bordo della capsula Crew Dragon Freedom c’erano Peggy Whitson, astronauta ultraveterana e detentrice del record di permanenza totale nello spazio per un cittadino degli USA, il milionario John Shoffner, e poi due astronauti sauditi: Ali AlQarni e Rayannah Barnawi. Non erano i primi sauditi nello spazio, ma Barnawi è diventata la prima donna di tale paese a entrare in orbita! E non solo: è la prima donna mediorientale, la prima musulmana e la prima araba a compiere tale impresa. Caso ha voluto anche che fosse la 600esima persona nello spazio della storia. Un risultato mica male che ci racconta il lungo percorso scientifico, sociale e culturale che ha portato ai risultati degli ultimi anni.

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